Il fine del marketing è quello di generare conversazioni

Hugh MacLeod

Hugh MacLeod

Vado avanti nelle mie speculazioni cominciate ieri sulla qualità dei contenuti per esplorare il mondo del business. Nel post di ieri tentavo di spiegare come il valore delle informazioni cresca all’aumentare del suo livello di socialità, ovvero maggiore è la probabilità che quell’informazione generi passaparola, sharing e conversazioni, più cresce il suo valore, monetizzabile maggiormente con la pubblicità poichè le aziende hanno maggiore interesse ad entrare nelle discussioni pertinenti. Di conseguenza, non conta più di tanto il valore intrinseco delle informazioni (qualità formale o tecnica del contenuto) ma la sua componente virale e sociale.

Più o meno lo stesso concetto è stato teorizzato in maniera divina da Hugh MacLeod ed il suo Social Object:

The Social Object, in a nutshell, is the reason two people are talking to each other, as opposed to talking to somebody else. Human beings are social animals. We like to socialize. But if think about it, there needs to be a reason for it to happen in the first place. That reason, that “node” in the social network, is what we call the Social Object.

Più o meno si tratta del concetto di prodotto remarkable introdotto da Seth Godin con la sua Mucca Viola, ma con una grande enfasi sulla dimensione sociale del prodotto, che internet ha esacerbato. Nell’economia delle conversazioni, i prodotti che hanno una componente socializzante hanno maggiore probabilità di successo rispetto a quelli di utilità che non generano alcuna conversazione. Non sarà il marketing o la pubblicità a cambiare questo ordine di cose, poichè i marketers non riusciranno a penetrare le conversazione degli utenti senza quella tipologia di prodotti.

Tutti i prodotti e servizi che hanno avuto successo recentemente hanno un’alta componente conversazionale: Apple, Facebook, Groupon generano conversazione, che crea valore ai loro prodotti. Il passaparola, mai come ora, è il miglior strumento di promozione. Ma il passaparola deve stare dentro il prodotto, non può essere creato artificiosamente dall’esterno, con le PR e gli spot. L’interesse e l’attenzione delle persone, che sono la risorsa più scarsa e preziosa del mondo odierno, non si comprano, e si ottengono solo creando prodotti che sono degni almeno di una qualche battuta tra amici.

Oggi ho visto decine di billboard nell’andare a lavoro e ritornare. Ho visto un po’ di televisione rimanendo esposto a numerosi spot. Credo fossero relativi a pannolini e biscotti, ma non ne sono sicuro. Ho anche navigato per ore sul web, dando anche una sbirciatina al Corriere.it ed alla mia posta su Virgilio, ma ovviamente evitando i fastidiosissimi banner. Non mi ricordo assolutamente nulla dei messaggi che i marketers hanno cercato di mandarmi interrompendo ciò che stavo facendo. Eppure oggi il mio collega Stefano mi ha parlato di un ristorante di Milano molto buono che ha una particolare forma di calcolo del conto: sei tu che decidi quanto pagare in funzione del tuo giudizio personale. Ne abbiamo parlato per pochi minuti, eppure non solo questo ristorante me lo ricordo, ma ci andrò presto. E di sicuro riprenderò il discorso con Stefano dopo averlo provato.

I Social Network sono costruiti attorno ai Social Object (Tripadvisor sulle conversazioni degli hotel, Amazon su libri ed elettronica, Wikipedia sulla condivisione del sapere ecc..), e tutti gli utenti interagiscono con i Social Object continuamente. Gli uomini sono esseri sociali e amano parlare di ciò che li unisce e condividere informazioni come attributo sociale.

Questo blog è un Social Object. Il marketing come topic per me è un Social Object. I libri che leggo diventano Social Object una volta che li ho letti. Il cibo, il sesso e perfino Berlusconi sono ottimi Social Objects.

Che cosa non rietra in un Social Object? La gelateria sotto casa (gelato senza lode e senza infamia). Quasi tutti i prodotti commodity. Quasi tutta la pubblicità. Buona parte dell’informazione. I film noiosi. I libri mai finiti di leggere. Gli alberghi mediocri. L’abbigliamento basico. I locali notturni anonimi.

Il fine del marketing non sarà quello di vendere prodotti. Ma  quello di generare conversazioni. Ed al nuovo paradigma si dovrà adeguare anche il mondo delle informazioni: quest’ultime, per attrarre pubblicità, non dovranno più vendere se stesse ai lettori ma generare nuove conversazioni attraverso i lettori.

4 pensieri su “Il fine del marketing è quello di generare conversazioni

  1. Philip Kotler

    Il fine del marketing non sarà quello di vendere prodotti

    LOL

    Ti perdono perchè non sai di quello che parli e anche perchè usi Thesis :D

    Replica
    1. Philip Kotler

      il marketing ti mette la cash in tasca, le conversazioni ho i miei dubbi ma dopotutto chi sono io per poter giudicare? :P

      Replica

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